Omero incontra Gianluca Piroli a Troia.
Introduzione di Omero
Io, Omero, figlio di un tempo remoto, ho viaggiato oltre i confini tracciati dagli uomini e dagli dèi. Non cercavo eroi né battaglie, ma un artigiano del pensiero moderno, uno che forgia segni, visioni e linguaggi con la stessa urgenza con cui Ulisse tracciava rotte nel mare sconosciuto. Così sono giunto da Gianluca Piroli.
L’ho trovato non in un palazzo né in un tempio, ma in un luogo che pareva un crocevia di memorie e invenzioni: seduto, con lo sguardo di chi ha visto sia il caos che la forma. Ho capito allora che avrei dovuto interrogarlo come interrogai un tempo i miei eroi, perché dentro di lui si muoveva lo stesso fuoco, ma declinato in linguaggio contemporaneo e febbrile.
Questo è il resoconto del nostro incontro: io con la mia voce antica, lui con il suo delirio lucido. Un dialogo tra epoche che non avrebbero mai dovuto parlarsi, e che invece – per un istante – si sono riconosciute.
Intervista
Omero: Uomo errante, che attraversi epoche diverse come fossero stoffe sovrapposte, dimmi: quale vento inaugurò il tuo cammino nella vasta arte del creare?
Gianluca Piroli: Il vento? Era un ventilatore rotto in un garage. Frusciava come un dio ubriaco. Mi lanciava addosso fogli, ritagli, idee malandate. Ho iniziato a creare solo per evitare che tutto finisse per terra. Poi non ho più smesso. Il caos è un maestro che non concede tregua.
Omero: Le tue opere spaziano da terra e architetture fino al cielo degli aerei, dalle riviste ai brand. Sono forse isole di un arcipelago che non dorme?
Gianluca Piroli: Isole? No. Barattoli di vetro. Dentro ci metto fulmini, aeroporti notturni, insegne morte, conversazioni interrotte. Ogni progetto vibra. Se lo scuoti fa rumore. Io vivo di quel rumore.
Omero: Molti uomini lavorano per sostentarsi. Pochi cercano l’immortalità del gesto. A quale stirpe appartieni?
Gianluca Piroli: Non cerco l’immortalità. Cerco di non impazzire. Se poi qualcosa resta, è perché l’ho dimenticato in un angolo abbastanza a lungo da fermentare. L’eternità è un incidente, come rovesciare un caffè sulla bozza giusta.
Omero: I tuoi passi frequentano il lusso. Non come vanità, ma come precisione. Che cos’è per te?
Gianluca Piroli: Il lusso è un uomo distinto che arriva tardi e non si scusa. Entra, osserva tutto come se fosse già successo. Per me è tempo sospeso. Una bolla in cui si può respirare meglio. Io ci entro per rubare aria.
Omero: Gli eroi dei miei poemi combattevano contro mostri e tempeste. Tu quali forze affronti nelle tue imprese moderne?
Gianluca Piroli: Le notifiche. I file chiamati “definitivo_finale_versione3”. La frase “ci metti un attimo”. La mia testa che accelera e frena nello stesso minuto. E i silenzi delle tre di notte che dicono: “Quella idea non regge.” Quelli sono i miei mostri.
Omero: E il ritorno? Qual è la tua Itaca?
Gianluca Piroli: Una scrivania stropicciata ma funzionante. Un caffè freddo che mi giudica. La sensazione che, almeno per oggi, posso chiudere tutto senza far crollare il mondo. Itaca è la calma apparente prima del prossimo delirio.
Omero: Cosa desideri lasciare ai posteri quando la polvere coprirà ciò che ora splende?
Gianluca Piroli: Che ho acceso cose. Che ho corso. Che ho fatto un caos meraviglioso. Che ho lasciato abbastanza tracce da far impazzire un archeologo. E che, ogni tanto, in mezzo al delirio, qualcosa di terribilmente vero è successo.
Omero: Così sia. Nel fervore delle tue parole scorgo il nucleo di un’epopea futura. Prosegui il cammino, uomo dallo sguardo doppio: uno nel caos, l’altro nell’eternità.
è ora di andare.

- 4 Dicembre 2025
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