La grafica è morta. Viva la grafica.
Una conversazione impossibile tra Gianluca Piroli
e Hunter S. Thompson
Pioveva a Milano come se qualcuno avesse deciso di lavare via ogni segno di modernità.
Sul tavolo del bar c’erano due tazzine vuote, un taccuino sgualcito e una sigaretta spenta da tempo.
Gianluca Piroli guardava la pioggia come chi osserva un rendering troppo perfetto: con sospetto.
“Il problema,” mi disse, “è che la grafica è diventata una cosa che si fa con le dita, non con la testa.”
Io accesi un’altra sigaretta. “E cosa succede adesso?” chiesi.
L’era post-software
“Succede che siamo oltre il software.
L’intelligenza artificiale farà tutto quello che noi facevamo, ma senza il dubbio, senza il nervo, senza la febbre.
Non useremo più Photoshop, useremo il pensiero.
Il grafico diventerà un direttore di senso. Un tizio che decide cosa ha ancora valore in mezzo a un oceano di immagini generate da nessuno.”
Aveva lo sguardo di chi ha visto troppi loghi rifatti male.
Mi versò un dito di gin nel caffè.
La morte dell’estetica pulita
“È finita l’epoca in cui tutto doveva sembrare neutro, sobrio, senza odore,” continuò.
“Il pubblico non vuole più la perfezione. Vuole il graffio, il rumore, il segno di una mano che trema.
Siamo stanchi del blanding, di quella grafica che non offende nessuno e non dice niente.
Sta tornando l’imperfezione come valore.
Un brand oggi deve avere difetti belli, come le persone vere.”
Annotai: ‘imperfezione controllata’. Poi cancellai la parola “controllata”.
Design come ecosistema
“Non progettiamo più poster o loghi,” disse, “progettiamo sistemi viventi.
Il design è diventato un linguaggio che respira, si muove, si adatta.
Ogni brand è un organismo visivo, con il proprio metabolismo.
Chi pensa ancora in termini di statico è morto, solo che non lo sa.”
Lo disse piano, ma con la precisione di un bisturi.
L’estetica della verità
Mi parlò di un tempo in cui la grafica era ribellione — Carson, Brody, fotocopie storte e pagine che urlavano.
“Poi è arrivata l’efficienza, la pulizia, la logica,” disse.
“Ora torniamo alla verità.
Un minimalismo narrativo, dove togli tutto tranne ciò che serve a raccontare.
Niente orpelli. Solo intenzione pura.”
Gli credetti.
Anche perché non sembrava una teoria: sembrava un avvertimento.
AI come materiale
“L’intelligenza artificiale non è un nemico,” disse mentre mi rubava la penna.
“È un materiale nuovo.
Si può modellare, far reagire, far pensare.
Il designer del futuro non disegnerà: scriverà regole, costruirà logiche.
Sarà un compositore visivo-cognitivo.
Scriverà in linguaggi che oggi non esistono ancora.”
“E l’uomo?” chiesi.
Il custode del senso
“L’uomo sarà il filtro. Il custode del senso.
Quando tutto diventa automatico, qualcuno deve decidere cosa resta umano.
Non servirà chi ‘fa le grafiche’, ma chi sa rispondere a una domanda semplice e devastante:
‘Cosa vogliamo dire davvero e come lo rendiamo indimenticabile?’
È lì che comincia il futuro.”
La pioggia era finita.
Piroli si alzò, prese il suo cappotto e disse:
“Il futuro della grafica sarà più mentale che manuale.
Più idea che strumento.
Chi saprà unire pensiero, cultura e sensibilità visiva, disegnerà il mondo.
Gli altri lo guarderanno generare da solo.”
Poi se ne andò.
E io restai a fissare il taccuino, con la sensazione che avessi appena assistito a un’elegia — o a una profezia.
Forse entrambe.
Testo raccolto (forse) da Hunter S. Thompson
- 20 Ottobre 2025
- 447


